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18 agosto, 2006

JOHN RABE: L'ANGELO DI NANCHINO

La storia del massacro di Nanchino ebbe inizio nel 1931, quando, traendo pretesto da un incidente di frontiera, i giapponesi invasero la Manciuria, una regione cinese da tempo oggetto delle loro mire, e vi crearono uno stato fantoccio, il Manchu-Kuo, che in seguito sarebbe servito da base per un’ulteriore espansione sul continente.



Da qui si arrivò, il 13 dicembre 1937, all’occupazione della città cinese di Nanchino, che risultò essere uno dei momenti determinanti dell’invasione del territorio cinese da parte del Giappone, e probabilmente questo fu l’episodio più drammatico e tristemente significativo che vide coinvolti i giapponesi nei confronti dei cinesi per l’intera durata della guerra, e che venne denominato appunto conflitto cino-giapponese (1937-1945). Le vittime di questo eccidio furono dalle 260.000 alle 350.000, e quello che più risalta è la feroce determinazione con cui furono uccise, dato che solo un numero esiguo di quelle persone morì a causa dei bombardamenti sulla città.


Ci fu chi venne decapitato direttamente dalle spade degli ufficiali giapponesi, chi venne sepolto vivo, bruciato, bastonato, chi fu fatto sbranare dai cani. Alcuni ufficiali giapponesi gareggiavano a chi riusciva a decapitare con la spada il maggior numero di persone nel minor tempo possibile, e a queste gare veniva dato ampio risalto su alcuni giornali giapponesi dell’epoca, segno evidente che tale comportamento era ritenuto “adeguato” da tutta la milizia nipponica e dai civili rimasti in patria.

Ci furono dei soldati che, come segno di vittoria, spedirono ai propri famigliari i teschi delle vittime, e ve ne furono altri che fotografarono le stragi e gli stupri per avere un “ricordo” del viaggio in Cina.

Questa spirale di violenza venne in parte autorizzata da alcuni alti ufficiali, che pur di evitare l’incombenza di “gestire” le migliaia di cinesi che si erano arresi, ordinarono la loro fucilazione. Capitò infatti che gli stessi ufficiali spronassero i soldati a commettere efferatezze nei riguardi dei prigionieri, ordinandogli a volte di decapitarli o di ucciderli con la baionetta, per far comprendere quanto poco valesse la vita di esseri considerati alla stregua di sub-umani.
I soldati, dal canto loro, non fecero molto per cambiare questo stato di cose, al quale peraltro erano abituati, visto che gli stessi militari giapponesi erano sottoposti a soprusi ed angherie da parte dei loro ufficiali, e visto che i giapponesi erano abituati fin dalla tenera età a ritenersi una razza superiore rispetto a quella cinese.

Infatti alcuni soldati dell’esercito giapponese, finita la guerra, con il passare del tempo assunsero consapevolezza e coscienza di ciò che avevano commesso, e denunciarono i comportamenti illegali tenuti in precedenza.

In tale contesto di violenza e efferatezza si inserì la vicenda di John Rabe, uomo d’affari tedesco e rappresentante a Nanchino del partito nazista, considerato dai cinesi lo "Schindler cinese", perché riuscì a salvare migliaia di vite umane, creando una zona di sicurezza internazionale gestita da europei ed americani, nella quale si rifugiarono molti cittadini di Nanchino. La figura di Rabe è quella di un uomo che pur avendo una grande ammirazione per Hitler, si prodigò, a rischio della vita, per salvare migliaia di cinesi. Rabe cercò di interessare Hitler affinché fermasse i massacri, inviandogli lettere, un memoriale e foto che era riuscito a portare con sé.
Al suo ritorno a Berlino, avvenuto alcuni mesi dopo il massacro di Nanchino, Rabe fu interrogato dalla Gestapo che gli intimò di tacere sulle atrocità dei nipponici per evitare di mettere in imbarazzo l’alleato Giapponese.



Finita la guerra egli subì inoltre un procedimento di denazificazione perché proprio a Nanchino era stato un dirigente locale del partito nazista. Solo dopo mesi riuscì ad uscire indenne dalle accuse di collaborazionismo con il nazismo, proprio perché venne riconosciuto il suo ruolo umanitario. Ridotto in miseria, gli abitanti di Nanchino, venuti a conoscenza della sua situazione, si prodigarono per mandare soldi e cibo alla sua famiglia.
In Giappone i negazionisti ed i revisionisti hanno da sempre sostenuto (come alcuni “colleghi” occidentali) che le truppe imperiali abbiano in realtà tenuto un comportamento corretto, negando o sminuendo la “singolare”condotta dei propri soldati.
In Giappone inoltre la situazione nel dopoguerra è stata diversa rispetto alla Germania, dove è reato negare l’olocausto. I libri di testo giapponesi per decenni hanno negato il comportamento criminale dell’esercito nipponico, e gli storici che hanno osato affermarlo sono stati osteggiati e minacciati dai gruppi nazionalisti di estrema destra. La situazione nel corso degli anni è leggermente mutata, visto che nel 1986 il ministro dell’educazione, in seguito ad alcune affermazioni negazioniste venne costretto alle dimissioni.






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